Se Raffaele Tosi avesse avuto l'occasione di veder passare il Giro d'Italia dalla Valsesia, sarebbe stato in prima fila per assistere di persona alla corsa dei ciclisti diretti a Mera e, ai suoi tempi, avrebbe sicuramente tifato per Jean Robic, campione nelle salite di montagna.

Frequentatore del “Caffè dello sport”, situato dove oggi si trova il Frigidarium e gestito dalla mitica Bina, era grande amico di suo figlio, Adelmo Ghisio. Insieme amavano fare lunghi giri in bibicletta e chissà che sia stato proprio lui a ispirargli il racconto “Il pneumatico della vittoria”? A testimonianza di questa passione, ci resta una fotografia, scattata in occasione della partecipazione alla Varallo-Milano, durante la quale ebbe l'onore di gareggiare con Pasquale Fornara.

Il racconto sopra citato si trova nella raccolta d'avventure “Per terra e per mare” (SEI, 1952).

Il protagonista è Adelmo Marinoni, un ragazzo di diciassette anni che decise di iscriversi a una competizione “valevole per il titolo di campione valsesiano, sul circuito: Varallo, Borgosesia, Romagnano, Borgomanero, Boca, Grignasco, Varallo (km 70 circa)”. Nessuno sembrava credere davvero che potesse essere lui il vincitore e, a un certo punto, lui stesso si convinse che sarebbe arrivato ultimo perchè disgraziatamente forò una gomma. Mentre provava in un solo momento tristezza, scoraggiamento e stizza, “un fruscìo, vicino a lui, attrasse la sua attenzione. Guardò. Una biscia, sbucando dal prato circostante, svolgeva le sue spire su la strada: una di quelle bisce lunghe quanto innocue, che i contadini chiamano ratére, così comuni nelle nostre regioni. Un'idea gli balenò nella mente eccitata. Con ardore decuplicato, strappò la pompa dal telaio, e, accostatosi al rettile, si diede a vibrare, su la testa piatta, colpi da orbo. La biscia s'arrotolò, soffiò, si stese di nuovo, e giacque immobile. Con movimenti febbrili, Adelmo sciolse la ruota, ne strappò il tubolare afflosciato, e, vincendo il ribrezzo che l'invadeva, vi avvolse sopra il rettile e lo assicurò fortemente, con una solida cordicella, ai due capi intorno al cerchio. Poi, rimessa la ruota nella forcella, risalì in macchina, e s'avviò.” Fu così che, arrivato in cima alla salita di Loreto quando gli altri erano appena al suo imbocco, fu il primo a varcare il traguardo.
La vittoria ebbe invece un sapore molto amaro per Pini, protagonista del racconto “L'ultima corsa” presente nella stessa raccolta. Secondo nella Torino-Varallo, primo nel Giro dei tre laghi e scelto per il Giro d'Italia, durante una corsa in Spagna come gregario, cadde e picchiò un piede contro un sasso. Continuò comunque la corsa senza neanche fermarsi per una fasciatura, per servire il suo capitano e riuscire a portare la vittoria alla sua Nazione. Giunto al traguardo, “a trattarlo così, quel piede, era diventato un rospo. Dovettero tagliarlo, d'urgenza...” Da allora, per una vittoria che non fu nemmeno sua, dovette rinunciare alla sua passione e si ritrovò a vivere una vita senza più attrattive per lui.






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