Dato che la Valsesia è popolata da sempre più numerose specie di animali, leggiamo qualche curiosa leggenda che Raffaele Tosi ha raccontato sulla “Domenica del Corriere” nel novembre del 1944. Di alcune di esse potremmo anche, per gioco, verificare la veridicità, ma per altre, vista la pericolosità e la ferocia degli animali che le riguardano, è meglio non rischiare!
L'UOMO E LA BESTIA
Strane, ma vere
La fantasia del popolo, specialmente se vi si aggiunge l'ignoranza anche dei primi rudimenti scientifici, certo ha la sua importanza nelle credule leggende.
L'uomo del medioevo, quando erano più fitte le tenebre dell'ignoranza, non aveva certo nozioni profonde di zoologia: sugli animali la verità era costituita da leggende antiche. Si credeva quindi che la lince vedesse attraverso i muri; si era convinti che esistevano formiche grosse come un cane continuamente occupate a scavare la terra per scoprirvi dell'oro; il cervo, dicevano, mangia i serpenti, ma muore se resta poi per tre ore senza bere; se però trova una fonte ringiovanisce, all'istante, di molti anni; il toro, era detto, diviene dolce e senza forze quando lo si lega ad una pianta di fico. Era da tutti ammesso che il topo muore appena beve, che la capra respira con le orecchie, che la rondine prevede la caduta delle case e stacca il suo nido quando si approssima la catastrofe, che il gallo, divenuto vecchio, fa le uova d'oro da cui nasce il basilisco. Quest'ultima convinzione, del resto, che il gallo può fare un uovo che contiene un serpente, non è ancora totalmente tramontata. Negli antichi libri è affermato che la diagnosi dell'allodola, messa questa in presenza di un ammalato, è infallibile: se essa lo guarda, il malato guarirà; se invece volta la testa, morirà.
Si apprende inoltre che l'aquila costringe i suoi piccoli a guardare fissamente il sole: se qualcuno di loro abbassa gli occhi non può esser considerato della sua nobile razza e quindi lo getta dal nido.
Non solamente si era persuasi che la pantera spargesse intorno a sé un profumo delizioso che inebriava le altre bestie, le quali erano ben contente di esserne preda, ma si aveva anche la convinzione che portasse su una spalla una macchia che si allargava e si restringeva secondo le fasi della luna.

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