Primavera inoltrata, quasi estate. Il verde predomina su ogni altro colore, l'erba è da falciare e il sole inizia ad essere ben caldo; l'aria è satura di profumi e il vento porta con sè i cinguettii dei più svariati uccelli. La sera scende dolcemente, ma coperta da un velo di malinconia. Di colpo ogni lieta premessa d'estate sembra svanire e la nostalgia prende il sopravvento. È il tempo dei ricordi. E, come in un film, Raffaele Tosi fa scorrere davanti ai nostri occhi le immagini di un tempo lontano, ormai svanito per sempre.

RISALENDO L'ANTICA VIA
Scende la sera sui luoghi dove ho tanto amato e sofferto. La Valle è muta, e solo un usignolo piange sul vertice dell'abete che allegra il piano. La primavera è nell'aria, satura di strani profumi, carpiti forse a fiori di terre misteriose e lontane; quelle terre che ho sognato quale meta ai miei viaggi, in questo stesso luogo, bambino.
E penso: - Quanto tempo è passato! Allora la mia valle era sempre popolata, e sempre risuonava dei canti e delle risa delle falciatrici.
Adesso è muta come il mio cuore. Chi è morto, chi ha lasciato il paese per recarsi altrove a cercar fortuna, chi ha preferito il lavoro nelle fabbriche, stanco forse di rimanere a pelar erba quassù, per cavare appena il necessario per sfamarsi. La mia Valle è mutata da quand'ero bambino, e sono cambiate le cose e le persone. Allora avevo ancora tutti i miei vecchi, che adesso dormono in pace all'ombra benedetta dei cipressi, e attendo invano parole d'affetto, calde come quelle che udivo da Essi, e che ricordo per soffrire di più. Qualcosa m'inumidisce gli occhi. Ruit hora...
Quante volte m'accolse, questo declivio boscoso, all'ombra dei suoi larici e dei suoi castagni, nei mesi di vacanza, con nelle mani i fascicoli d'una collana di romanzi d'avventure, che avevano il potere di trasportare il mio sognante spirito tra i cannibali della Paupasia, i mulatti della Martinica o i deportati di Cajenna! Leggevo, e le zie falciavano, con la messòria, cespi d'erica fiorita, e li imprigionavano, legati con fili di ginestra, nelle gerle capaci, formando come un gigantesco mazzo. Quando il sole le avvertiva che il mattino era giunto a metà del suo corso, levavano dai grembiuli, stesi sull'erba, il secchiello della prima colazione, e venivano poi a sedersi accanto a me, sotto le fronde stormenti dello zeffiro, che scompigliava le ciocche dei loro capelli, già bianchi. Insieme asciolvevamo, chiacchierando, e contemplando in basso il paesello nostro, appollaiato nella conca come una gallina in un nido, la chiesuola dal tetto coperto a pietre che parevan d'ardesia, e il campaniletto che si perdeva tra le fronde dei noccioli del vecchio Giuan. Giù, nella provinciale, le carrozze e le automobili (più numerose le prime, allora!) rotolavano nella polvere e, più in basso, dove la Valle s'incassava, il Mastallone scorreva come una striscia di mercurio, tra due rive punteggiate di fiorellini azzurri. Com'era bello tutto questo, visto dall'alto, com'era delizioso quel riposo! E quanto darei per riavere, un giorno solo, tanta gioia nel cuore e tanta pace nell'anima!
Guarda ancora laggiù, nel paesello, dov'è la casa che gli Avi mi han lasciato, e dove un caminetto fuma e un lume brilla. È l'ora che i rimasti tornano dal lavoro, e la cena borbotta entro i paioli. Tra poco, le vecchie fileranno sulle rocche di betulla, liscie come ossa essiccate al sole pel lungo uso, matassine candide come fiocchi di neve; i nonni accenderanno le pipe di gesso, e commenteranno i fatti del giorno accanto a un bicchierino di vinetto americano. Io non ho vecchi, più; solo, in ricordo di essi, mi rimangono i fusi e le pipe. Questo pensiero è tremendo, è, più che angoscioso, atroce. Dunque, il bel tempo è passato!
Tutti i tesori del mondo, tutte le ricchezze della terra, non potrebbero ridarmi un'ora della perduta felicità, non potrebbero comprarla.
Eppure non vorrei troppo; una cosa semplice ed umana: riavere i miei vecchi e i miei sogni, qui, dove tutto mi parla di loro.
Invano.
(“La Valsesia”, maggio 1953)





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