Come non presentare con le parole stesse di Raffaele Tosi il paese tanto amato, dove ha trascorso l'intera vita? Conosciuto grazie alla filastrocca “Il mio paese”, pubblicata su svariati libri e riviste, nonché musicata e cantata da Daniele Conserva, il piccolo paesello dei Prati viene qui descritto in prosa, con tanto garbo e sentimento da suscitare subito nel lettore il desiderio di andare a visitarlo. Sono passati tanti anni; purtroppo la natura, si fa spazio in maniera sempre più prepotente, ma il paese conserva tutt'ora la semplicità e la quiete che sembrano essere proprio i suoi tratti caratteristici, capaci di trasmettere serenità e di ritemprare lo spirito a chi vi soggiorna.
PRATI DI CERVAROLO
È un paesello così piccolo che nessuno lo menziona, così modesto che nessun cittadino pensa di recarsi in esso per trascorrervi l'epoca della villeggiatura. Nelle carte topografiche è segnato con una puntino, e da secoli vive senza storia e senza pretese di cartelloni pubblicitari da parte di enti turistici, lassù, sul verde piano che sovrasta l'orrido della Gula, dal quale, nel '44, partirono le cannonate tedesche che ne mutilarono le povere case disseminate qua e là come giocattoli abbandonati da fanciulli distratti. La sua chiesetta, eretta su uno spiazzo di pochi metri, e sormontata da un campaniletto che pare un'ogiva d'antico convento, ha tutto l'aspetto d'uno di questi oratori così comuni in Valsesia, la terra dove si prega di più e s'impreca di meno. La campanella che dondola sul tetto, sotto la croce di ferro brunito stagliata tra le fronde dei noccioli, e che nei giorni di sagra o nelle sere dei mesi mariani densi d'effluvi invita i fedeli alla preghiera, è appena un po' più grossa di quelle che le mucche portano appese al collo sugli alpeggi. La fontanella che chioccola e destra del sagrato ripete le fole più dolci ai bimbi di tutte le età, che lì si recano a giocare, felici, sotto lo sguardo vigile della Madonnina, effigiata da un pittore ignoto quanto abile sulla facciata della modesta chiesuola.
Per questo il mio paese mi piace: perchè custodisce nei suoi recessi, tra i suoi anfratti ombrosi i miei ricordi più cari e i miei sogni più antichi. In ogni suo viottolo rivedo i volti di chi ho amato, in ogni suo fiore ritrovo il profumo dei fiori che ho colto nelle primavere lontane. In esso, come il D'Annunzio delle Laudi, rinasco a ogni mattina per contemplarlo con occhi nuovi, nel sole.
Un paesino da fiaba, da cartolina illustrata, del quale non so descrivere, così come vorrei, la rustica bellezza; bellezza strana, che non fa spicco, e di conseguenza non avverti al suo primo contatto, ma che, a poco a poco, e ad ogni attimo più, ti si svela agli occhi e ti parla al cuore. Nulla di pomposo, nulla di grande, nulla di artefatto; ma il sorriso della semplicità nella natura, il canto delle umili cose, belle appunto perchè umili, e degne di essere comprese solo da chi nutre il culto della poesia agreste, eternamente bella e nuova.
Deve assomigliare un poco, il mio Prati, al fantastico e suggestivo Rio Bò descritto dal Palazzeschi in una delle sue semplici ed efficaci poesie: un paese che si potrebbe mettere all'insegna della pace, se al mondo questa parola oggi non risuonasse irrisoria; un asilo di serena quiete che si potrebbe indicare quale luogo di cura a tutti gli ammalati di nevrastenia in questo torbido e scombussolato novecento; che potrebbe, con l'armonia delle sue fronde, della sua vasca, della sua campagna, rimettere a posto i timpani di tutti gli assordati dello jazz, di tutti i negroidi in giacca azzurra a bottoni d'oro che ogni sera nei “casinò” e nei “tabarin” gonfiano le gote per trarre dai più strani aggeggi le note più stridenti; di tutti i pazzi, insomma, che vogliono ad ogni costo “vivere rumorosamente” e non conoscono, o non ricordano più, l'infinita armonia del Silenzio, racchiusa in uno scrigno di verde, incomparabile bellezza.
La bellezza del mio paese: Prati.







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