Domani, ultima domenica di agosto, si celebrerà ai Prati la festa patronale di San Grato. Molte cose sono cambiate da quando Raffaele Tosi la descrisse, più di 50 anni fa, su “La Valsesia “, ma indubbiamente essa resta un momento di aggregazione fondamentale per il piccolo paesello.

LA FESTA DEL PATRONO
Ogni anno, alla prima domenica di settembre, si celebrava (si celebra ancora, ma con minor entusiasmo) a Prati la tradizionale festa di S. Grato, Patrono del paese.
Già alla vigilia della festa una inconsueta animazione regnava per le vie: i bimbi si recavano a cogliere gli ultimi fiori per intrecciarli alle grate delle finestre dell’Oratorio; colchici, per lo più azzurri, rosa e bianchi, e grappoli di glicine gialle colte alle siepi lungo il sentiero che conduceva in campagna.
Gli uomini anziani e i vecchi si riunivano in casa di qualche amico a disputare interminabili partite a tressette o a scopone, accompagnandole con delle bevute non meno interminabili; i giovani, invece, si recavano con le ragazze sulla piazzetta del sagrato a cantare in coro le belle canzoni dei monti, permeate di sentimento e di nostalgia.
Verso le sedici, o magari anche più tardi, il vecchio Luisin, col rozzo scordato organetto, faceva la sua comparsa, un po’ curvo, col solito bastone di betulla in mano e il solito cappello floscio sul capo. La sua venuta destava fra i giovani la più sfrenata allegria; le ragazze gli correvano incontro a tributargli entusiastiche accoglienze ed a rivolgergli, contemporaneamente, mille domande. Dov’era stato sino ad allora? Che aveva fatto? Si sarebbe fermato a lungo in paese? Ecc., ecc. Egli scuoteva il capo, bonariamente, sorridendo sotto i folti baffi grigi che gli cascavano ai lati della bocca.
- Per carità, ragazzi, lasciatemi respirare! Non sono mica un “principe” per farmi tanti onori! Sì, sì, sono venuto per divertirvi. Da dove? Eh, da lontano, da lontano… - Ed accennava, con la mano, oltre i monti. – Proprio sono stanco ed assetato… A proposito: non ci sarebbe, per caso, un bicchier di vino?
Allora il Peppo e il Ciccio si muovevano: in quattro salti correvano a casa, spillavano dalla botticella mezza bottiglia di vino, e gliela portavano. Il vecchio beveva, a piccoli sorsi, a garganella, seduto sul muretto prospiciente la strada, accanto all’organetto dal mantice rabberciato, mentre le ragazze andavano adornandogli di edera le falde del cappello. Poi, sollecitato da tutti, incominciava a suonare. Nella pace della sera le note delle antiche, patetiche canzoni si diffondevano meste e soavi con le ultime strida dei passeri, già nascosti tra le fronde dei noccioli svettanti sul campanile.
Spesso, esaurito il repertorio, alquanto ristretto in verità, delle canzoni imparate a memoria nei lunghi anni d’errabondaggio, il vecchio attaccava “Il Valzer della Buona Fortuna”, una modesta canzoncina in vernacolo valsesiano che io gli avevo dedicato nei primi anni della sua venuta in paese e che egli aveva rivestito di un motivetto non privo di una certa grazia, e un po’ triste:
“Sun an povru bacioru straplà
par ricchessa i gheu l’ sol e la luna,
ma i seu l’Valzer dla Bona Furtuna,
e m’cunsul si sun bè sansa cà…”
(Sono un povero vecchio cencioso – per ricchezza ho il sole e la luna – ma so il Valzer della Buona Fortuna – e mi consolo anche se sono senza casa).
Bisognava che nel cielo brillassero le stelle e, nei prati, le lucciole, perché tutti si decidessero a rincasare, dopo aver dato al povero Luisin qualche decione in ricompensa delle sue armonie, ed averlo in seguito accompagnato a casa del vecchio Gian, dove lo attendeva un piatto di minestra fumante ed un rozzo pagliericcio per trascorrere la notte…
Il giorno dopo, sin dall’alba, tutti erano in faccende: chi portava al vicino Oratorio le focaccette e le bottiglie di vin vecchio, o le uova e le noci per l’offerta da mettere all’asta nel pomeriggio; chi lustrava secchi e padelle, chi levava le piume la galletto destinato al pranzone del mezzogiorno. I bimbi, svegliatisi prima del consueto, giocavano per le strade, facendo un baccano da fiera; le vecchie discorrevano sull’uscio di casa e le ragazze s’adornavano dei veli più belli. Insomma, una giornata memorabile. Verso le dieci cominciavano ad affluire le persone dei vicini paese; alle dieci e mezzo giungeva il parroco coi chierichetti e alle undici cominciava la Messa. L’Oratorio, troppo angusto, non poteva contenere tutti i fedeli, e molti erano costretti a rimanere sul sagrato insieme col venditore di caramelle, giunto per l’occasione dalla vicina città, e col distributore dei biglietti della lotteria, che allora si vendevano – tempi beati! – a 50 centesimi l’uno. Terminata la Messa tutti andavano a casa e… godi tu che godo anch’io!
Nel pomeriggio, ai vespri, la gente era ancora più numerosa, chè, ai veri fedeli, molti… fedeli a Bacco s’erano aggiunti; alcuni capi-scarichi, anzi, recavano già sul volto i segni delle abbondanti libagioni fatte sul mezzogiorno; questi eran quelli che parevano più allegri, e andavano facendo propaganda per altre prossime bevute meritevoli, secondo loro, di passare alla storia. Per fortuna, venivano invitati a tacere dagli imbonitori delle offerte che circolavano tra la folla, vantando la bontà della merce, e facendone ad alta voce il prezzo, rivolti verso il gruppo degli uomini, e, particolarmente, verso quelli che erano un po’ i “signori” del paese, affinchè si decidessero a dare una spinta ai prezzi:
- Venticinque lirette per una torta come questa! È una vergogna! Forza, forza signori! È il giorno della festa! S. Grato vi benedirà, e potrete leccarvi i baffi, se li avete!
Anche i più poveri, però, compravano qualcosa, sia pure a seconda delle loro possibilità, così, tanto per poter dire, il giorno dopo, di aver fatto anch’essi uno strappo alla regola.
Verso le sedici, soltanto il venditore di caramelle rimaneva sulla piazza, con qualche bimbo che aveva ancora qualche ventino da spendere; gli altri, riuniti nelle case, stavano già facendo saltare i tappi delle bottiglie od affettando le torte o i salamini; suonatori di fisarmonica giungevano dai paesi vicini, e i brindisi, i suoni e i canti si susseguivano fino all’ora di cena, per riprendere, più tardi, con maggior intensità.
A quell’ora il vecchio Luisin, col suo rozzo strumento a tracolla, riprendeva, sospirando, il suo viaggio, sotto le stelle che tante volte gli avevano illuminato il cammino. Nessuno, più, si era ricordato di lui, fra la generale allegria. Il suo organetto sfiatato non avrebbe avuto abbastanza voce per poter competere con quelli, di gran lunga migliori, degli altri suonatori. Egli lo sapeva, e se n’andava, rassegnato, pago di quello che aveva ricevuto, così, col suo bastone di betulla in mano ed alcuni festoni d’edera intrecciati alle falde del cappello floscio…






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