La sig. na Paola V... di Milano mi scrive:
“Ho letto attentamente il suo «Musica d'acque» e, per quanto il mio giudizio sia poco importante e non possa interessarle molto, le dirò che ho trovato le sue poesie veramente belle e fresche. Alcune, però, sono impregnate di una malinconia e desolazione così profonda che mi hanno colpito. Perchè è sempre tanto triste nei suoi canti?”
Signorina Paola, la risposta è assai semplice: perchè triste e amara è la vita. Non è ancora sorto il sole che già fanno capolino le nubi. La grandine fa autunno in piena estate, e gli uomini si vendon tra loro per assai meno di 30 denari. Due labbra vendute hanno il potere di far obliare affetti, doveri e onore. Il trinomio Dio, Patria e Famiglia è diventato, per i più, lo stendardo dei romantici, di coloro, cioè, che mantengono ancora accesa in cuore la fiamma di un ideale, che hanno ancora troppi scrupoli e sono troppo imbecilli per riuscire a far strada. Il denaro per lo champagne che si versa in un festino, quello per la benzina che ingoia una “Lambretta” servirebbe a far felice un povero per una settimana. Un vizioso, un perdigiorno, scarrozza le sue amanti da un capo all'altro della Penisola; un padre onesto e laborioso non riesce sempre a mantenere i suoi figli.
Su questa terra, dove il Sogno è morto e l'Amore è un'utopia, i valori dello spirito non hanno più alcuna quotazione. Gli uomini non si amano più, più non si stimano. Mai come oggi suonerebbero appropriate le frasi di Victor Hugo: «La vostra Italia non è esente dal male, come la nostra Francia. La vostra igiene sociale non è migliore della nostra. Non avete forse indigenti? Guardate in basso. Non avete forse parassiti? Guardate in alto. Ahimè, fratelli nostri, voi siete, come noi, “Miserabili!”. Miserabili, sì!...». E, mentre si corre sulla pista del piacere e del Vizio, non si scorge la Miseria che tende la mano, la “Miseria che suona” ai crocicchi delle strade, ricorrendo all'armonia per suscitare pietà.
Non c'è più Amore, non c'è più Fede, non c'è più Bontà. Ed è per questo, signorina Paola, che i poeti – i pochi poeti che ancora vegetano – sono tanto tristi. E incompresi.
Così Raffaele Tosi rispondeva a una lettera pubblicata su “La Valsesia” nell'agosto del 1958. I poeti sono tristi, certo, ma non bisogna poi pensare che lui fosse una persona immusonita e depressa, tutt'altro. Amava molto la compagnia degli amici, le chiacchiere che accompagnavano le interminabili partite a carte al bar, le partite a bocce, le merende (pane e salame accompagnato da un bicchiere di vino) a metà pomeriggio, i ritrovi con i coscritti, le passeggiate spensierate nel bosco in cerca di funghi, qualche bella sonata e cantata (suonava anche il mandolino e l'armonica), le risate, gli scherzi e le prese in giro che, a volte, emergono da qualche scritto più informale, ma, spesso, anche più spontaneo. Essere sensibili non vuol di certo dire essere tristi e moralisti e vedere solo i mali del mondo, anzi, è proprio la caratteristica che permette di godere anche delle piccole occasioni di gioia che la vita offre. Ecco allora una carrellata di foto che lo immortalano in alcuni di questi momenti di allegria.










Commenti

Post popolari in questo blog