Già nel 1962 Raffaele Tosi scriveva su “La Valsesia” che i bei sentieri dei nostri boschi erano ormai molto trascurati e ricercava nella sua memoria le immagini che, da bambino, aveva quotidianamente davanti agli occhi e che, da adulto, faticava a riconoscere nei paesaggi che lo circondavano. La situazione con il trascorrere del tempo non ha fatto altro che peggiorare: ormai molti sentieri sono ridotti a uno stretto passaggio e anche i muretti che li sostengono sono spesso diroccati. Il sottobosco non è più pulito, ma pieno di rovi, sterpaglie, rami secchi e marci. Tutto sembra inesorabilmente caduto in uno stato definitivo di abbandono, ma, alla luce dell'ancora caldo sole d'ottobre, riacquistano il loro antico fascino e splendore.
Al sopraggiungere d'ottobre iniziava, con la apertura delle scuole, la stagione delle piogge. Ricordo che mi avviavo con un amico sul sentiero di campagna che conduceva a Cervarolo, calpestando con gli scarponcelli di vacchetta le foglie fradice e contemplando, dal disotto dell'ombrellone che mi riparava dall'acqua, il lago di nebbia stagnante nella valle, in fondo alla quale muggiva, invisibile, il fiume.
A volte, da quel lago d'ovatta giungeva, sordo e attenuato, il suono di un piffero, o i cori dei coscritti che si recavano in città alla visita di leva. Ora, quei coscritti hanno visto recarsi a militare i figli dei figli, ed hanno i capelli bianchi come le matassine di lana che le vecchie filavano nelle lunghe veglie invernali. Io stesso, che allora ero un bamboccio alto una spanna, mi sento vecchio come uno di quegli alberi la cui scorza si è fatta rugosa per infuriar di venti e scrosciar d'acque.
Quella stagione era quanto mai propizia allo sbocciar dei funghi: i bei boleti porcini, dal cappellaccio scuro racchiuso sul gambo tozzo, foggiato ad anfora, che costavano, sul mercato, un occhio della testa. Noi, montanari, ne fiutavamo quasi per istinto la presenza, e appena ne scorgevamo qualcuno ci slanciavamo a coglierlo, a balzi, tra i ciuffi di ginestra e le felci stillanti, immollandoci fino alle ginocchia, ed impregnando d'acqua la cartella di tela che portavamo appesa al dorso a mo' di sacchetta, e che conteneva, coi libri e coi quaderni, il pezzo di legna destinato ad alimentare il fuoco nell'aula. Poi, con quei frutti fragranti nelle mani, che spesso ci impedivano di tener ritto l'ombrello (quante volte lo portammo a casa sconquassato!) ci recavamo a scuola per offrirli all'insegnante, non dopo averne però nascosti uno o due, sotto uno strato di foglie, in qualche anfrattuosità, per riprenderli, a mezzogiorno, al ritorno, e recarci a casa a farli friggere con le patatine o le uova.
Adesso, lungo quel sentiero, i funghi non crescono più; forse, il taglio delle piante operato un po' ovunque, ha reso troppo arido il terreno e dispersa la vena di micelio che, come è noto, è la madre di questi frutti pregiati.
Ma non soltanto i funghi sono quasi scomparsi da noi, chè sarebbe poco. Anche le noci, le belle noci che i nostri vecchi scuotevano con le pertiche di betulla dagli alti fusti e che nell'inverno si spaccavano per levarne i frutti e portarli al torchio a spremere il biondo olio, dal sapore particolarmente fragrante, sono diventate rarissime. La guerra, con le sue esigenze, ha costretto gran parte dei nostri contadini a venderne le piante, ed ora le poche giovani rimaste danno frutti radi e stentati. E così è accaduto dei castani, che i boscaioli hanno abbattutto a centinaia, per caricare gli autocarri destinati a fornire la legna ai signori delle città ai quali mancava il carbone. E così le noci e le castagne sono diventate, nei loro paesi d'origine, rare e costose quanto le banane e i mandarini che vengono da chissà dove. Le ballotte, le caldarroste, le mondine squisite che noi immollavamo nel latte, sono quasi diventate, pei bimbi d'oggi, un mito. Vero è che, i bimbi d'oggi, troppo viziati, forse non le mangerebbero più: preferiscono le paste alla crema, i gelati di ogni genere posti in vendita nei refrigeranti, le cicche americane che danno il mal di stomaco, e ripudiano, come tutti del resto, compresi coloro che sono sempre pronti a dire che oggi si vive male (e sfido io!) gli antichi e buoni prodotti della terra. Pertanto, a causa di tutto questo, i torchi che spremevano l'olio di noce e i mulini che ci davano la farina di castagne, più dolce dello zucchero, sono stati chiusi. Alcuni, persino, diroccano, obliati da tutti. Ancora l'altro giorno, a Bocciolaro, ho visto i ruderi di un mulino che, forse, è stato l'ultimo a morire: quattro mura sventrate, e, in un angolo, rovescioni, la vecchia ruota a pale, corrosa dalle piogge, arsa dal sole. Uno spettacolo desolante per chi, come me, l'ha visto fiorente e pieno di vita, ed ha udito in esso, i discorsi, le risa, i canti dei valligiani che colà si riunivano con le gerle carichi di sacchi gonfi da scoppiare per trasformare in pane, metaforicamente parlando, i frutti del loro sudore. Desolante come il sentiero che a quel luogo conduce: un tempo largo, battuto, segno tangibile della vita operosa che colà si svolgeva, ed ora – reso angusto – ricoperto di erbacce, di rovi, di pietre franate che nessun piede più smuove. Come quei piazzali, del resto, che delimitano le vecchie case rimaste chiuse dopo la morte dell'ultimo abitante: rettangoli lastricati a pietre, tra le fessure delle quali crescono la cicuta e la gramigna, e non di rado, accanto alla porta e presso il pergolato cadente in rovina, ciuffi di belladonna e di ortiche. Erbe che hanno avuto vita dalla morte, e che della morte emanano, nella stagnante afa dei meriggi estivi, il dolciastro sgradito odore. Povere case deserte, nelle quali i ragni tessono le loro tele, indisturbati, e sulle quali il silenzio incombe, ma presso cui t'illudi tuttavia, se appena sosti in ascolto, di riudire un suono di voci che ti suscita in cuore, legato com'è al filo del tuo passato, un'onda d'infinita tristezza. Suono di voci che fa parte dei tuoi ricordi più belli, connesso alla tua infanzia come il grato e caratteristico odore della canapa che essica al sole, prima di essere battuta e posta a macerare nei bori, all'ombra dei salci e degli ontani, tra un gracidio di rane spaventate.




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