Stamattina i bambini hanno aperto con trepidazione i loro regali e probabilmente hanno trovato qualche giocattolo tanto desiderato, esattamente come il protagonista di “Il treno di Natale”, che solo da adulto scoprirà la provenienza di quel trenino. Il racconto, scritto da Raffaele Tosi nel 1959, ha poi vinto il secondo premio nella Terza Edizione del Concorso Nazionale “Racconti di Natale” bandito dall'Enal in unione al Calzaturificio di Varese nel 1964.

- Caro, vieni che ti pettino. Usciamo.
L'intimazione amorevole della mamma cadde come una doccia fredda sull'entusiasmo che ancora m'invadeva per il bel regalo ricevuto due ore prima: un treno meraviglioso, quale non avrei mai osato sperare, perché era in tutto simile ad uno di quelli che da anni vedevo esposto nella vetrina di Corso Venezia, e che non avevo mai potuto possedere, sebbene avessi implorato a più riprese la mamma e Gesù Bambino.
Ora era là, davanti ai miei occhi, con la locomotiva che fischiava, e le carrozze lucenti, che correvano sul nastro di una minuscola ferrovia di acciaio. E non mi pareva vero che la mamma potesse avere la crudeltà di sottrarmi al suo incanto per condurmi fuori. Ad ogni modo, poiché quel giorno era Natale, non era possibile disubbidire, e mi piegai al suo desiderio.
- Dove andiamo, mamma?
- A Monforte, dalla signora Caterina, che ci ha invitati a trascorrere un'ora con lei, prima della Messa.
La rivelazione m'immusonì ancor più. Proprio da quella vecchia grinzosa, dal naso a carota e dalla lunga veste nera che la faceva sembrare una strega, bisognava andare! Ma tant'era, dovevo rassegnarmi: quel giorno era Natale, e non si poteva proprio disubbidire.
Pronti che fummo, andammo dunque dalla signora Caterina, la quale ci accolse con un sorriso che mise in mostra per un attimo le sue gengive gialle, sdentate e, stretta la mano alla mamma, si chinò a depormi sulle gote due baci che mi fecero torcere la bocca pel disgusto. Poi, dopo averci invitati a sedere, mise il bricco del caffè sul fornelletto, e cominciò a tempestarmi di domande che io trovavo noiose quanto insulse, dandomi di tanto in tanto un buffetto sulle guance, e lanciandomi delle occhiate che volevano essere benevole, e mi facevano invece rabbrividire.
Sorbito che ebbi il caffè, cominciai a stancarmi. La mamma aveva intavolato con la signora un lungo discorso, nel quale, ricordo, entrava a volte il mio nome, e non faceva nemmeno finta di accorgersi del modo con cui mi dimenavo sulla poltrona. Ad un certo punto, non mi trattenni più, e sbottai:
- Andiamo, mamma?
La mamma scosse il capo: - Un momento. Siamo appena arrivati. Abbi pazienza.
La signora Caterina si alzò, e, levati di tasca due cioccolatini, me li porse, con un fare mellifluo che mi diede tremendamente ai nervi. Tesa una mano, respinsi l'offerta, e, scoppiando in pianto, esplosi:
- Non voglio i tuoi cioccolatini. Voglio andarmene. Non mi piace star qui. Sei vecchia, brutta e grinzosa come una strega. Mi fai paura.
La signora impallidì mortalmente. Le sue mani scarne, incrociate sul lungo grembiule nero, ebbero un tremito; i suoi occhi, infossati fra siepi fittissime di rughe, si inumidirono. La mamma, all'opposto, si fece di bragia, e sollevò una mano, con l'evidente intenzione di insegnarmi in modi spicci come si tratta con la gente. Chi mi salvò fu la vecchia.
- Poverino, perchè volete batterlo? Ha ragione, dopotutto. È giovane, lui, e non può certo divertirsi ascoltando le nostre chiacchiere scipite. Conducetelo fuori, un momentino. Sono quasi le dieci, ormai, e dovrò prepararmi anch'io per la Messa- . Poi, rivoltasi a me, concluse:
- Va, caro! Sei libero!
Senza indugiare un attimo mi slanciai verso la porta. La mamma mi seguì, alquanto confusa. Giunto sulle scale, udii ancora la voce della signora Caterina, un po' sommessa:
- Non voglio che lo puniate. Capito? “Non voglio”! Oggi è un giorno d'amore e di perdono!...
§
Molti anni sono trascorsi. La signora Caterina è morta, e la mamma pure. Sono solo, solo, alla vigilia di Natale, nella mia vecchia casa, che mi pare troppo fredda, troppo grande. Una spelonca, proprio.
Allo scopo di distrarmi un poco, apro uno scaffale, e mi metto a rovistare in esso, alla ricerca di un libro. Trovo le “Consolazioni” di Salvaneschi, che era il preferito della mamma, la quale vi versava sopra, sovente, qualche lacrima. Pensando che sia particolarmente adatto al mio stato d'animo, lo prendo, torno alla poltrona, e l'apro. Ed ecco, tra la copertina e la prima pagina, un foglio m'appare, un po' ingiallito, coperto da una scrittura tremante, irregolare. Incuriosito, leggo:
Signora!
V'invio, con questa lettera, il treno che tanto piace a Lele. Io sono vecchia, sola, e posso spendere, mentre voi... Scusate, e non ringraziatemi. Lasciate anzi che il fanciullo creda che sia stato il Bambino Gesù a portargli il giocattolo. L'illusione è la cosa più bella della vita, e, almeno nei bambini, bisogna conservarla.
Non reputatevi umiliata per il mio gesto. Pensate ch'io faccia conto di fare un regalo al mio Aldo, che tanto somigliava al vostro frugoletto, e, di conseguenza, è forse maggiore la mia gioia nel dare che la vostra nel ricevere. Nel caso tuttavia che vogliate proprio dimostrarmi la vostra gratitudine, non potrete farmi piacere migliore di quello di venirmi a trovare, domani, col fanciullo, prima della Messa. Sarò sola, come sempre, purtroppo... Ch'io possa illudermi per un'ora d'essere riunita al mio caro, nell'attesa d'esserlo per sempre in Cielo, e sarò felice. Coi migliori auguri.
Caterina Bonitelli.
Ripiego il foglio, lo rimetto nel libro, guardo innanzi a me, in un angolo. Un treno meraviglioso, con locomotiva e carrozze, a cui la polvere degli anni toglie ogni lucentezza. Qualcosa che non so cos'è, ma che mi fa l'effetto di una mano di ferro, mi fruga in cuore. Ah, le “Consolazioni” di Salvaneschi! Cosa posso attingervi, adesso, che il pianto mi vela gli occhi, e questa lettera ingiallita dal tempo, così umana nella sua bonaria semplicità, è tutta un capo d'accusa che sorge dalle ombre del Passato? Non vi sono consolazioni per chi non le merita, per chi trascorre, come me, la vigilia di Natale in una casa troppo fredda, troppo grande, eppure forse ancora angusta per contenere tutto il dolore, l'indicibile pena che provoca l'apprendere a prezzo della propria amara esperienza, quanto anche i cuori più semplici siano, a volte, terribilmente ingrati e crudeli.
Vorrei poter scordare ogni cosa triste, tornar fanciullo, pensare solo al Bambino Gesù e al mio trenino. E se ci provassi? Il treno è là, lo posso avere quasi allungando una mano, è mio, me l'ha portato il Bambino poco fa, mentre dormivo. Che bello!... Ma cos'è questa patina grigia che lo copre? È forse polvere di stelle? Oh, sì, può essere! Ha dovuto camminare tanto, Gesù, lungo le vie del Cielo per giunger qui!... Ecco, lo ripulisco, lo stringo al cuore... Giocare? No, no, per ora... Bisognerà prima andare dalla signora Caterina, che ci ha invitati. Certo, è un peccato, ma non si può disubbidire. Adesso, però, è ancora presto. Forse, ci starebbe ancora una dormitina... Tanto, quest'oggi è vacanza, e sul divano si sta bene. Così, così... Non occorre neppure che carichi la sveglia, per destarmi. Mi sveglieranno le campane di Natale, col mio trenino sul cuore.





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