LE ROSE DELL'INFANZIA

I primi fiori spuntavano sui margini dei sentieri e sulle rive dei fossi, e noi, nel recarci alla scuola, ne coglievamo tanti da empircene le braccia. Fiori d'ogni sorta e colore: dalle sbiadite primule alle celesti mammolette, dalle bianche margherite ai gialli, vaporosi narcisi.
Giunti ch'eravamo in classe, li offrivamo all'insegnante, la quale, dopo averli riuniti con un sottile filo di spago, li poneva nei vasi, e li poneva in bella mostra su la cattedra. Quei fiori erano la nostra gioia, il nostro orgoglio di bimbi. Con essi usavamo anche adornare le inferriate delle finestre della chiesuola nostra, e, più tardi, nelle belle sere del mese di Maria, l'Altarino, da cui la Vergine sorrideva ai fedeli.
Devo però confessare che, allora, non ci accontentavamo più degli umili fiorelli dei prati, e spesso, approfittando dell'assenza della vecchia Ianin, entravamo nel suo orticello a spiccarne, vandali impenitenti, le rose. Spesso ella ci sorprendeva in flagrante, e allora noi fuggivamo, atterriti dalla vista del suo nodoso bastone, lasciando sparpagliate sul terreno le rose divelte.
O purpuree rose della vecchia Ianin, com'eravate belle, e quant'era intenso il vostro profumo! Adesso, non fiorite più: la buona donna che vi coltivava con amore, dorme il sonno dei giusti in camposanto; l'orticello è “passato” nelle mani dei nipoti e il roseto è stato strappato per lasciare il posto all'insalata. E sarà buona l'insalata, non lo nego, ma la vista di quello spiazzo nudo, ove fiorivano le rose della mia fanciullezza, m'infonde un amaro senso di rimpianto nel cuore. Esse hanno nutrito allora, ben più che l'insalata il corpo, l'anima mia, così che se adesso posso dire di coltivare nei recessi del mio intimo qualche istinto gentile, molto lo devo ad esse. E vorrei dire a quei poco gentili nipoti che nella vita non si vive di solo pane. I fiori parlano all'anima dei bimbi con la voce della poesia e dell'amore, e nulla v'è di meglio di essi su questa povera terra, dove il sogno e l'amore sono le cose più belle che possieda la vita.
Vorrei che tutto tornasse come un tempo: che l'orticello rifiorisse, che la vecchia Marianna rivivesse, ed io ridiventassi bimbo per carpirle le sue rose. E quand'ella sopraggiungesse col nodoso bastone sollevato in gesto di minaccia (povera vecchia!) vorrei parlarle così:
- Nonna, voi coltivate le rose, perchè le amate: io, che pure le amo, ve le colgo. Perdonatemi: non possiedo affatto delle inclinazioni a delinquere, e, se carpirò qualche cosa a qualcuno nella vita, questa sarà sempre e solo una rosa. Nonna, farò il poeta un giorno, e sarò un poeta molto triste, dall'anima malata di rimpianto. Ora, non inveite, nonna, non minacciatemi: sono ancora un fanciullo, e potrei intridere di pianto queste corolle sbocciate per la gioia. Purtroppo, domani, non le avremo più né io né voi. Una mano ben più vandalica della mia estirperà domani il vostro roseto, per spargere, sul luogo ove fiorì, una manciata di grigia semente...
[“Il conforto – rivista mensile dell'apostolato camilliano”, luglio 1942]









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