Prima del letargo è il caso di fare delle scorte di provviste e anche qualche bella scorpacciata per prepararsi ad affrontate il lungo inverno nel modo migliore possibile. Lo sa bene questo piccolo riccio, ghiotto di bucce di mela. Speriamo per lui che non faccia brutti incontri o che almeno, in caso di bisogno, trovi qualcuno che abbia pietà di lui e sia disposto ad aiutarlo, come il protagonista di questo racconto di Raffaele Tosi.
IL RICCIO
Il Cencio era arrivato in paese con un istrice. L'aveva trovato addormentato ai piedi della mulattiera e, a rischio di pungersi le dita, l'aveva portato fin lì. Alzandolo trionfalmente su una mano, fece il suo ingresso nella osteria, dove il maestro del paese stava sorseggiando il solito bicchiere del dopocena, e lo depose sul tavolo con un gesto che voleva significare: “Eh, che cattura ho fatto?”. L'animale, avvoltolato su se stesso, rotolò sul tappeto come una palla. Tesa la mano, l'Angelino si compiacque di tastare le spine dure, secche e pungenti. Poi, subito, disse che sarebbe stato un ottimo boccone. L'Aurelio assentì: - Certo – esclamò – ma stasera non c'è tempo. Sarà per domani, che è festa.
- Domani? Non sognatevelo neppure – intervenne l'oste – C'è il pranzo dei membri della Società di Mutuo Soccorso, e ho già fin troppo da fare.
L'Aurelio incalzò: - Facciamo per lunedì sera, allora, se non avete nulla in contrario. Però, bisognerà dargli da mangiare. Cosa mangiano queste bestie?
Qui toccava al maestro spiegare. E spiegò, assumendo, così per ridere, un tono di cattedratico, come se impartisse una lezione:
- Il riccio fa pulizia sul terreno di larve di insetti, lumache, lombrichi e qualche volta assale anche le vipere, delle quali non teme il veleno.
- Le vipere? Mangia vipere? - L'Angelino sgranò gli occhi – Allora io non lo assaggio neppure. Mi fa schifo.
- Sciocco! E cosa mangia il tasso? Cosa mangiano la lepre e la volpe, che pure i cacciatori s'affannano a prendere? - interloquì l'Aurelio. - E la vipera cos'è? Un rettile pulitissimo, ottimo da mangiare egli stesso.
- Questo, poi!
- Ma sicuro! Mia nonna buonanima raccontava sempre che una sera, in campagna, un serpe che si era introdotto nella baita era cascato, ad insaputa della donna, nella pentola dove cuoceva la cena. Ignara, essa aveva scodellato la minestra, e si era sorpresa nel trovarla tanto gustosa. All'indomani, scodellandone l'avanzo, dopo averlo fatto scaldare, ebbe la sorpresa di rinvenirvi il serpe, cotto a puntino. Naturalmente, lo gettò via, e, da allora, passò scrupolosamente e più riprese il mestolo nei cibi prima di accingersi ad asciolvere, ma, nonostante questo, dovette convenire che la minestra col serpe era stata una delle più gustose che avesse mangiato, pur senza minimamente soffrirne.
Mentre i tre discorrevano, interessati, il riccio, non sentendosi più disturbato, aveva allungato, a poco a poco, il corpo, e messo fuori un musetto che era un amore. I suoi occhietti brillanti parevano due lucciole al sommo del capino che stava fra quello del topo e del maiale. Poi, lentamente, cominciò ad avanzare. Come giunse sull'orlo della tavola: - Cade! - gridò l'Angelino, ma non fu così. L'animaletto descrisse un semicerchio, e rifece a piccoli passi la strada percorsa. I tre amici lo deposero nel canestro, che affidarono all'oste, poi, presi gli accordi definitivi pel “cenone” del lunedì, saldarono il conto delle consumazioni e s'accomiatarono.
Un fumatore senza cartine è come un ricco senza denaro. E, poiché il vizio è vizio, bisogna per forza recarsi a comprarle. Questo è ciò che fece il maestro, il giorno seguente, subito dopo aver sorbito la consueta tazza di caffe-latte. Poi, siccome era domenica, pensò di fare due passi in piazza, così, con le mani in tasca e la sigaretta accesa. Prima ancora di giungervi, scorse l'Angelino e l'Aurelio insieme con due giovanotti del paese, chini davanti ad un canestro rovesciato, e comprese. I quattro si divertivano col riccio scovato la sera prima dal Cencio. Percorsi i pochi passi che lo separavano dal teatro della scena, vide, a sua volta, l'animaletto che, sull'argine di un fossatello, avanzava a passetti celeri nell'illusione di squagliarsela, e ogni qual volta trovava un ciuffo d'erba o un'anfrattuosità, tentava di insinuarvisi per scomparire. Ma il tiro non poteva riuscirgli, chè era guardato a vista da quattro paia di occhi, e non appena aveva percorso qualche metro, veniva rimesso al punto di partenza, fra le risate unanimi. Poi, siccome il gioco minacciava di diventare noioso, l'Aurelio volle provare qualcosa di nuovo. Sollevata la bestiola per le spine del dorso, la posò sulle pietre della rupe che costeggiava la piazza, all'altezza circa del suo capo. Il riccio allungò il muso, guatò con gli occhietti a destra e a manca, e, messe fuori le zampine, cominciò ad arrampicarsi. Ma la roccia era liscia e bagnata, e questo gli riusciva solo difficilmente.
Giunto ad un certo punto, dovette fermarsi: una pietra, protesa obliquamente su di lui, gli sbarrava il passaggio. Tentò di volgersi per rifare il cammino, ma compì un movimento falso, e scivolò di alcuni centimetri, riuscendo solo per miracolo a trattenersi dal cadere proprio sull'orlo della rupe. Allora ristette, ansimando, con gli artigli delle zampe anteriori conficcate in un intersizio della roccia, e con quelli delle posteriori puntate al sommo di quella specie di voragine. Quattro risate scoppiarono: - Ma sai che è robusto? - disse uno. E un altro: - È un bel fifone; però, non c'è che dire!
- Posalo lì – insinuò l'Aurelio, additando un punto particolarmente scabroso. - Vediamo come se la cava.
La proposta fu accettata all'unanimità. Il riccio, posato sulla roccia, tremava visibilmente, misurando con gli occhi il vuoto che si apriva dinanzi. Alfine, scorto un passaggio laterale, tentò di inoltrarvisi, ma sdrucciolò, e cadde con un tonfo sordo sulla piazza. Altre risate scoppiarono.
- Be', e adesso non vi pare che basti? - interloquì il maestro. - Mi sembra che lo abbiate fatto soffrire abbastanza, no?
Risolini ironici accolsero le sue parole. Come non lo avesse udito, l'Aurelio cercò un nuovo punto scabroso, e vi posò la disgraziata bestiola. Ma questa, forse perchè ormai conscia di non poter sfuggire ai suoi persecutori, forse perchè dolorante per la caduta, rimase appallottolata sullo stretto ripiano, in modo da sembrare un cespuglio di muschio così naturale da ingannare chiunque fosse passato di là. Spazientito per quella immobilità che minacciava di protrarsi chissà fin quando, l'Angelino prese un bastoncino e tentò di aizzare l'animaletto con lievi spinte sul dorso. Questo, cocciuto, non si mosse. L'Aurelio allora spinse a sua volta, ma forse involontariamente, troppo forte. La palla di spine rotolò, cadde di nuovo, e andò a finire nel paniere che, sotto, l'Angelino aveva teso.
- Siete cattivi – disse il maestro.
- Certo, non tutti scrivono poesie – fu la risposta che si ebbe. Ma egli rimbeccò, aspro:
- Purtroppo. Le bestie soffrono come noi, ma vi sono molti uomini che sono così bestie da non capirlo. O da non importarsene.
- Proprio così – fece l'Aurelio, piccato. - Per questo, adesso, lo faremo nuotare.
Detto fatto. Levato il riccio dalla cesta, lo lanciarono nella vasca. Uno zampillo d'acqua spruzzò, poi si vide il riccio che annaspava. Le sue evoluzioni furono salutate da entusiastiche acclamazioni:
- Nuota, nuota!
Il maestro scrollò le spalle: - Bella scoperta! Bisogna proprio essere tonti per non saperlo! Tutti gli animali nuotano. Ma adesso basta, eh? Non vedete come ansima, poveraccio? E poi... se lo ammaccate troppo, come potrete mangiarlo?
Deciso, gettò il riccio nella cesta, pose questa sulle spalle, e si rivolse ai due amici:
- Se permettete, lo tengo io – disse – Domani, prima di sera, verrete a ritirarlo. E potrete farne ciò che vorrete.
- Presenzierete alla cena? - domando l'Aurelio.
- Non so. Dipenderà dalle condizioni del mio stomaco. Arrivederci a Messa, ragazzi.
§
Oltrepassata la piazza, si fermò, depose la cesta sul ciglio del sentiero, e, levatone il riccio, lo fece rotolare delicatamente lungo il pendio, fra l'erba che cresceva rigogliosa.
- Va' al tuo destino – e non lasciarti più prendere. Io me la caverò come potrò. E, per male che vada, non andrò a finire in pentola...

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