Oggi è la giornata mondiale dell'acqua e forse, visto l'aggravarsi della siccità che sta prosciugando i nostri fiumi e le nostre sorgenti, stiamo iniziando ad accorgerci di quanto sia preziosa e necessaria un po' di pioggia. Quanto sarebbe bello vedere il cielo oscurato dalle nubi e rischiarato dai lampi, sentire nell'aria l'odore del temporale e nelle orecchie il rumore degli scrosci, il rombo dei tuoni e il ciac-ciac che accompagna ogni passo! Speriamo di poter godere presto non di una sola, ma di tante giornate di pioggia, come quella durante la quale avviene l'incontro descritto in questa breve novella di Raffaele Tosi, apparsa il 9 gennaio 1936, su “L'Amore Illustrato”.

SOTTO L'OMBRELLO
Un giorno in cui la pioggia cadeva a dirotto, mi trovavo in un boschetto, appena fuori dalla città. Per un po' di tempo un abete provvidenziale mi riparò dalla pioggia che scrosciava violenta, ma, vedendo che essa aumentava, ed essendo l'ora già assai inoltrata, mi decisi di ricevere tutto quel ben di Dio addosso, e tornarmene a casa. Percorsi sì e no un centinaio di metri, quando mi sento chiamare; mi volto, e con sorpresa mi vedo innanzi Maria, la figlia del mio principale.
Essa mi chiamava perchè m'andassi a ricoverare sotto il suo ombrello, un ombrello di dimensioni tali, da poter riparare dalla pioggia non una, ma tre persone. Potete immaginare se non accettai la sua proposta! Due salti, ed il breve spazio che mi divideva da lei, era colmato. Sorridendo, mi ricoverai sotto l'ombrello, accanto a quella bella ragazza, che da tanto amavo nascostamente. Pensavo:
- Ecco una bella occasione per confessarle il mio amore, e l'occasione invero era buonissima, ma un sentimento strano m'impediva di parlare, e rimanevo lì, al fianco suo, timido e confuso come un collegiale. Avevo una voglia matta di dirle: - T'amo! - ma quel maledetto turbamento non se ne andava, e continuavo a fissarla finchè ella, accortasene, mi chiese:
- O che avete da guardarmi tanto? - e nella sua voce mi parve di scorgervi come un'eco motteggiatore. Bruscamente allora mi decisi, e con impeto esclamai:
- Vi guardo, perché mi piacete, perché vi amo, perché in voi trovo l'ideale della mia vita vuota, passata sinora nella solitudine. Oh, se anche voi, signorina, mi amaste, io porrei tutto ciò che possiedo ai vostri piedi, sarei lo schiavo vostro!
Rispondetemi, divina fanciulla: Mi amate?
Mi guardò, arrossì, e chinò il capo. Io le cinsi la vita sottile col braccio, mentre, trepidante, attendevo la risposta che doveva darmi la felicità o la sventura, Passarono ancora alcuni secondi lunghi come secoli, poi la vocina esile della fanciulla si fece udire:
- Si! Anch'io t'amo!
Ebbro di gioia, me la strinsi al cuore. L'acqua ora non scrosciava più, l'iride appariva maestosa là sullo sfondo ancora un po' cupo del cielo, ed un pallido raggio di sole squarciava le nubi. Mi rivolsi alla mia bella:
- Amore – esclamai - chiudi l'ombrello, ora, poiché non piove più, due soli sorgono: quello della natura e quello del nostro amore!



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