Oggi si è tenuta la festa del Gruppo di Varallo della Associazione Nazionale Alpini. Tutti abbiamo in mente le parole della celebre canzone “Sul cappello”, risalente alla Prima Guerra Mondiale, le cui prime parole fanno riferimento alla “lunga penna nera” che svolazza sul cappello degli alpini. Essa è simbolo dei valori e delle idee che sempre hanno sostenuto gli Alpini nelle loro imprese, prime fra tutte la resistenza e la libertà. In questo breve racconto, Raffaele Tosi fa della famosa penna nera il trofeo di un'impresa leggendaria, giocata a quelle altezze vertiginose che sono il regno delle aquile, da allora condiviso con gli Alpini.


LA LEGGENDA DELL'ALPINO

L'aquila, volteggiando un giorno superba, con le grandi ali tese, sopra l'infinito bianco scenario degli eterni ghiacciai, così parlò al sole: “Io sono la regina delle montagne e la dominatrice dei cieli. Dio mi ha donato il regno delle altezze e dei silenzi che nessuno oserà mai violare. Lungo le azzurre vie del firmamento e sui vertici delle candide guglie, soltanto i tuoi raggi dorati ed i miei voti presenti potranno posarsi e trionfare.”

- Bada – le rispose il sole – di non insuperbire. Il Signore potrebbe punire il tuo smisurato orgoglio!

L'aquila scosse il capo, sbattè ripetutamente le ali per dimostrare la sua incredulità e continuò a spaziare, tronfia ed altera, in cielo.

Qualche tempo dopo, mentre si riposava sopra un'altissima rupe, fu sorpresa nello scorgere, lungo i nevosi fianchi della montagna, un cosino oscuro, minuscolo come un insetto, che s'arrampicava lentamente sulle rocciose pareti.

A poco a poco, col passare delle ore, quel misterioso cosino, superando gole, burroni, crepacci e ghiacciai, con singolare ardimento, riuscì a portarsi a poche centinaia di metri dalla vetta agognata. L'aquila, allora, stupefatta da tanta audacia e spinta dalla curiosità, spiccò il volo e roteò sopra lo scalatore.

Il suo stupore aumentò nel constatare che si trattava di un uomo vestito di grigio-verde, con un caratteristico cappello in testa.

Incurante del pericolo e del rapace che lo minacciava, egli continuava imperterrito a salire lungo la vertiginosa parete. Ogni tanto, con la piccozza, scavava gradini nel ghiaccio che gli congelava le dita, proseguendo, lento ma sicuro, verso la cima.

L'aquila non credeva ai suoi occhi.

- Da un momento all'altro – diceva in cuor suo – questo giovane cadrà, e pagherà con la vita il folle sogno di raggiungere l'altissima punta.

Invece, qualche ora dopo, con sua grande maraviglia, l'uomo raggiunse la vetta. L'aquila, sbalordita per la vittoriosa impresa, volando rasente al conquistatore, gli disse:

- Chi sei tu, o temerario, che osi sfidare la morte per violare le candide guglie del mio regno?

- Sono un Alpino – rispose il giovane – e, d'ora in avanti, il tuo regno sarà anche nostro. Per noi l'impossibile non esiste. Scaleremo tutte le vette e domineremo ogni montagna.

Il rapace, ferito nel suo orgoglio, ebbe come un fremito di collera che si sforzò di contenere.

Fece ancora lunghi rapidi voli e poi, ritornato presso l'uomo, esclamò:

- Ecco, io dovrei lottare con te per precipitarti in fondo ai burroni che, con tanta audacia, hai superato. Ma sarei ingiusta perchè non riconoscerei il tuo valore. Il coraggio che hai dimostrato merita un premio. La regina delle altezze e dei silenzi te lo darà.

E così dicendo si strappò una delle sue belle penne lucenti e la lanciò all'intrepido montanaro.

- Prendila – soggiunse – e mettila, come trofeo, sul tuo cappello.

L'alpino, lieto del dono, ringraziò ed obbedì.

Il sole, in quell'istante, facendo capolino tra le nuvole, sorrise ed inondò i monti e le valli di luce. L'aquila si slanciò nell'azzurro e disparve.

E da quel giorno, in segno di potenza e di gloria, la penna nera adornò tutti i cappelli dei nostri Alpini.



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